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X Town Carrara

L’impatto ambientale

«I proprietari delle cave trattano le montagne come se fossero di loro proprietà, non un bene comune», ci dice un attivista, che ci ha chiesto di rimanere anonimo, di Apuane Libere, un’associazione che lotta per la difesa delle Alpi Apuane. Alcuni sono alpinisti, o semplici «innamorati della catena montuosa», come scrivono sul loro sito, e dal 2021 fanno da “sentinelle” monitorando e documentando, talvolta con foto e video, le diverse violazioni ambientali perpetuate nelle cave, dagli sversamenti illegali di scarti fino agli sconfinamenti del perimetro di scavo. Con alcuni attivisti di Apuane Libere, dopo poco più di quaranta minuti d’auto partendo da Carrara, arriviamo a Foce di Pianza, un ampio valico situato tra il bacino marmifero di Ravaccione e quello del Sagro. Un’ampia vista che dall’alto racconta l’impatto ambientale dell’estrazione del marmo. La nebbia è abbastanza fitta, fa freddo, siamo a 1270 metri sul livello del mare, ma normalmente in lontananza si dovrebbe intravedere nitidamente Marina di Carrara.

Ci incamminiamo attraverso una strada interamente composta da detriti di marmo che al lato finiscono per formare dei robusti costoni bianchi, il percorso porta ad alcune cave sospese. Via via che ci si avvicina tutto il paesaggio assume una dimensione diversa, le montagne svuotate da sotto fanno impressione. «Qui inizi a capire cosa significa entrare dentro una montagna», ci racconta un attivista di Apuane Libere. Ci troviamo in un punto in cui prima sorgeva una montagna, era una valle, oggi si vedono delle pareti bianche squadrate con venature grigio scuro. Il gruppo di Apuane libere che ci accompagna ci mostra una recente scoperta che li ha visti protagonisti, nella Cava Crespina II, dove ci troviamo. All’interno di un laghetto che si è formato dalla sospensiva della cava, creando un mix tra acqua piovana e acqua sorgiva che viene anche giù dal monte, hanno scoperto una colonia di tritoni alpestri, un piccolo anfibio che solitamente abita i laghi di montagna. «Insieme a diversi esperti abbiamo fatto un censimento di queste specie, con campionamenti in diverse zone per verificare il numero di esemplari: trovandosi in una cava sospesa, ed essendo una specie protetta, endemica, la riapertura della cava è stata ritardata», ci raccontano.

Qui la natura indisturbata si riprende i suoi spazi, ma al tempo stesso manifesta le ferite più profonde dell’attività estrattiva: è facile seguire le creste della montagna e notare gli enormi pezzi mancanti. In materia «in realtà ci sarebbero diversi vincoli e regole che però vengono puntualmente non rispettati o elusi con escamotage. Tipo sarebbe vietato intaccare le creste delle montagne, ma vengono ugualmente tagliate». Oppure, secondo la legge Galasso del 1985 è vietato scavare sugli Appennini oltre i 1200 metri di altezza, ma diverse cave sulle Apuane arrivano anche fino a 1600 metri. C’è una grande impunità. 

«Questa legge è stata fatta nell’ottica distorta che la parte della montagna distrutta sia meno visibile dal mare», ci fanno notare gli attivisti di Apuane Libere. Questo patrimonio ambientale avrebbe invece bisogno di maggiori tutele, dato le Alpi Apuane sono una delle aree carsiche più importanti d’Europa.

«I proprietari delle cave trattano le montagne come se fossero di loro proprietà, non un bene comune», ci dice un attivista di Apuane Libere


Un’altro grande problema è rappresentato dalla marmettola, ovvero una polvere molto sottile che si crea nel momento in cui viene scavato e tagliato il marmo, composta principalmente da carbonato di calcio e diverse sostanze utilizzate nel taglio del marmo, come oli, lubrificanti e metalli pesanti. «Con le piogge dilavata finisce nei fiumi,  compromettendo la vita dell’intero ecosistema fluviale e degli organismi che ci vivono», ci dicono gli attivisti. Al di là del suo defluire naturalmente nel corso degli anni, per abbattere i costi di smaltimento, la marmettola è stata spesso sversata nei fiumi o anche nell’aria con delle idropulitrici. 

Uno degli attivisti raccoglie da terra proprio un po’ di marmettola per mostrarcela, «quando si solidifica diventa come il cemento».  Il Carrione, il fiume che attraversa Carrara, scendendo in città dopo una giornata di pioggia lo ritroviamo colorato di bianco per lunghi tratti. Questo comporta dei rischi ambientali elevatissimi poiché la marmettola, insieme agli altri detriti e scarti, depositandosi nei fiumi rende il letto e il terreno attorno impermeabili, impedendo il filtraggio dell’acqua nel sottosuolo e impoverendo il rifornimento della riserva idrica.  Ciò significa che in caso di forti piogge – fenomeno molto frequente anche a causa della crisi climatica – tutta l’acqua non può essere trattenuta e il Carrione esonda. È già successo molte volte causando ingenti danni ai carraresi: nel 2003 è morta una donna, Ida Niccolai, di 76 anni, travolta dalla piena del fiume. La città è stata sommersa dal fango e dai detriti per due volte nel 2010, tre volte nel 2012 e nel 2014 ha causato danni a circa cinquemila famiglie, con abitazioni e attività commerciali, trecento sfollati. Dalle indagini partite dopo l’alluvione del 2003, grazie ad una perizia di esperti idrogeologici, è emersa la correlazione tra l’evento alluvionale e l’attività estrattiva, intesa come lo smaltimento illegale di rifiuti, tra cui la stessa marmettola, detriti e scaglie.

Nonostante ciò i proprietari delle cave (molte sono imponenti società per azioni) hanno continuato a diminuire l’impatto dell’inquinamento da marmettola, che ha portato in località Cartaro, vicino Massa, alla costruzione di un depuratore. Quest’impianto ha proprio la funzione di ripulire l’acqua dai fanghi della marmettola che arrivano da alcune cave che si trovano sopra una sorgente idropotabile. «Qui l’acqua sarebbe pulita se solo non venisse inquinata dalla marmettola proveniente da quelle cave», ci indica un attivista di Apuane libere, descrivendoci dal ciglio della strada il funzionamento del depuratore che abbiamo di fronte. Da lontano riusciamo a vedere una vasca verde piena di marmettola. Ad oggi, ci fanno notare, «non sono stati trovati dei metodi efficaci per consentire la tracciabilità di questa tipologia di inquinamento, e quindi chi è il responsabile». Il depuratore costa circa 400mila euro all’anno: «sono soldi pubblici che paghiamo noi per far fare dei profitti ad un privato», denunciano gli ambientalisti.

Poco dopo ci spostiamo a Forno, una frazione del comune di Massa, dove sorge tra le altre una cava di origine molto antica e romana, è la cosiddetta Cava Romana di Forno, al centro negli anni di diversi dibattimenti legali per violazioni ambientali. Nel 2017 non è stata rinnovata la compatibilità ambientale, ed è chiusa, come diverse li attorno. 

È infatti una zona piena di ravaneti, cumuli enormi di detriti e scarti, un’altro degli impatti che le cave hanno su questo territorio. Nel momento in cui avviene il processo dell’estrazione, una parte del materiale che non può essere processato viene riversato sulle scarpate a valle della cava. «Qui c’era una confluenza di due torrenti», ci descrive un attivista, «questo che era un fiume è stato completamente riempito di detriti, non c’è più un goccio d’acqua, è tutto tombato».